Il voto favorevole dell’Italia al trattato Ue–Mercosur apre una fase nuova nei rapporti commerciali con un’area strategica, ma pone anche interrogativi concreti sull’impatto che l’accordo potrà avere su artigiani, piccole imprese e partite IVA. Per FedAPI la partita non è ideologica, ma profondamente pratica: un accordo commerciale vale per come incide sull’economia reale e sulla capacità delle imprese di competere ad armi pari.
Ue–Mercosur, il sì dell’Italia. Vivone (FedAPI): “Opportunità da governare, non costi da scaricare sulle PMI”
«L’apertura dei mercati può rappresentare un’opportunità concreta, ma solo se non si traduce nell’ennesimo trasferimento di costi e rischi sulle spalle delle imprese più piccole», afferma Pietro Vivone, Presidente Nazionale FedAPI. «Un trattato non è un titolo di giornale: è una regola del gioco che incide ogni giorno sui preventivi, sui margini, sugli ordini e sull’occupazione.»
Per molte micro e piccole imprese italiane l’export è oggi una leva fondamentale di tenuta e sviluppo, soprattutto in una fase segnata da incertezze geopolitiche, aumento dei costi e rallentamento della domanda interna. Ma l’apertura dei mercati non può funzionare a compartimenti stagni, premiando alcuni settori e lasciandone altri esposti a una concorrenza squilibrata. Il sistema produttivo italiano è fatto di filiere interconnesse: quando viene meno la concorrenza leale, il danno si estende ben oltre il singolo comparto.
Secondo le elaborazioni del Centro Studi FedAPI l’accordo promette di ridurre dazi ancora molto elevati su numerosi prodotti europei, ma proprio per questo devono essere chiare e stringenti le condizioni di accesso. Per FedAPI è indispensabile garantire reciprocità reale sugli standard produttivi e ambientali, controlli efficaci alle frontiere, piena tracciabilità dei prodotti, contrasto all’Italian sounding e tutela concreta delle Indicazioni Geografiche. La concorrenza non può dirsi libera se è strutturalmente asimmetrica, e la sostenibilità non può restare un principio astratto, ma deve tradursi in regole verificabili e applicabili.
Da qui l’appello al Governo e alle istituzioni europee affinché il via libera politico sia accompagnato da strumenti operativi. Servono meccanismi di salvaguardia rapidi e automatici in caso di squilibri su prezzi e importazioni e un vero piano di accompagnamento per le PMI. Un trattato, da solo, non genera export: occorrono strumenti concreti su certificazioni, dogane, pagamenti internazionali, tutela lega le, logistica, presenza commerciale e assicurazione del credito.
«Il Made in Italy non può diventare la moneta di scambio di nessun accordo», conclude Vivone. «Se l’Italia ha votato sì, ora deve pretendere che quel sì sia sostenuto da regole applicate, controlli reali e tutele attivabili in tempi certi. FedAPI è pronta a fare la propria parte, portando proposte e la voce di chi ogni giorno lavora nelle botteghe, nei laboratori, nelle officine e nelle piccole aziende. La politica commerciale può essere una leva di crescita, ma solo se resta ancorata alla vita reale delle imprese».