sabato 5 Aprile 2025

“Qual è il reale stato dell’occupazione in Italia? Nonostante nel complesso aumenti (raggiungendo a ottobre 2023 i 23,7 milioni circa di occupati con un tasso del 61,8%) siamo sicuri che vada tutto bene?”. A queste domande risponde uno studio realizzato dalle aree Politiche per lo sviluppo (ufficio economia) e Mercato del lavoro della Cgil nazionale.

CGIL: occupazione cresce con contratti precari e calo popolazione in età lavoro

La Confederazione rileva, dietro questa “apparente buona notizia”, dati allarmanti. Innanzitutto, il tasso di occupazione italiano è ancora il più basso (61,6%) di tutta l’Unione Europea e quello di inattività (33,3%) il più alto dell’Eurozona. Inoltre, rispetto a ottobre 2008 (anno a partire dal quale si sono succedute diverse crisi), l’incremento complessivo dell’occupazione è il frutto della contestuale crescita dei lavoratori dipendenti (+1,5 mln) e della diminuzione degli indipendenti (-743 mila). Se però esaminiamo quelli dipendenti osserviamo una crescita dell’occupazione di bassa qualità: aumentano enormemente gli occupati a termine (+30,2%, raggiungendo quota 3 mln), in particolare stagionali, somministrati, tempi determinati, intermittenti e con contratti di prestazione occasionale. Il contributo complessivo alla crescita degli occupati è quindi dovuto per circa la metà all’aumento di quelli a termine: nell’arco degli ultimi 15 anni, il tasso di precarietà dipendente è aumentato dal 13,1 al 15,7% (+2,6 punti percentuali).

Nel rapporto si evidenzia la riduzione delle ore lavorate pro-occupato dipendente e si sottolinea come sia proprio il lavoro non standard, caratterizzato da forte discontinuità contrattuale e bassa intensità di lavoro, ad incidere pesantemente sulle retribuzioni medie di oggi e sulle pensioni di domani.

Infine, si segnala come anche dal punto di vista demografico l’occupazione in Italia abbia assunto caratteristiche allarmanti. Alla crescita del tasso di occupazione non ha contribuito solo l’aumento degli occupati, ma anche il contestuale e drastico calo della popolazione in età da lavoro (circa -1,7 milioni).

Per la segretaria confederale della Cgil Maria Grazia Gabrielli: “La qualità del mercato del lavoro italiano versa in condizioni critiche, e i dati del report Cgil lo dimostrano”. “Per questo – prosegue la dirigente sindacale – chiediamo al Governo un cambio immediato delle politiche per favorire la crescita dell’occupazione di qualità”. Secondo Gabrielli “bisogna innanzitutto garantire un lavoro dignitoso e giustamente retribuito. Inoltre, va restituita centralità al lavoro a tempo indeterminato, vanno cancellate le forme di lavoro precarizzanti e contrastati gli abusi negli appalti. Vanno costruite risposte di maggiore solidità e tutela per contrastare la pratica del part-time involontario e definite tutele e diritti per professioniste e professionisti, autonomi ordinisti e non ordinisti che ancora oggi attendono l’operatività dell’equo compenso”. “In definitiva – aggiunge la segretaria confederale – solo procedendo ad un cambio di impostazione si può scardinare la precarietà e la povertà del lavoro e dare così rilevanza a quel binomio inscindibile che è qualità e quantità dell’occupazione. Va in questa direzione – ricorda in conclusione Gabrielli – anche la nostra proposta di un unico contratto di ingresso al lavoro orientato alla formazione e con garanzia di stabilità”.

 

CGIL: breve nota sul reale stato dell’occupazione in Italia

di Nicolò Giangrande* e Rossella Marinucci

Nel mese di ottobre del 2023, l’occupazione in Italia ha raggiunto un livello di occupati di circa 23,7 milioni e un tasso di occupazione del 61,8%. È certamente una buona notizia quando l’occupazione nel suo complesso aumenta, ma siamo sicuri che vada tutto bene? Iniziamo prima dal confronto europeo tramite gli ultimi dati di EUROSTAT.

Nel secondo trimestre 2023, il tasso di occupazione italiano è ancora il più basso (61,6%) di tutta l’Unione Europea ed è nettamente inferiore rispetto a quello della Germania (77,5%), Francia (68,7%) e Spagna (65,8%). A questo bisogna aggiungere che l’Italia ha un tasso di inattività (33,3%) che è il più alto dell’Eurozona e che si attesta ad un livello decisamente superiore rispetto a quello tedesco (20,1%), francese (26,2%) e spagnolo (25,6%).

Come mostrato dalle ricerche condotte dalla Fondazione Di Vittorio, tra gli inattivi in Italia si nasconde un’ampia platea di disoccupati sostanziali. Passando ai dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, osserviamo che il numero degli occupati è stabilmente sopra i 23 milioni da marzo 2022 e tale livello è stato raggiunto e mantenuto in altri tre periodi: il primo, tra gennaio e settembre del 2008, il secondo a maggio e giugno del 2018 e, il terzo, tra marzo 2019 e febbraio 2020. Ad ottobre del 2023, rispetto ad ottobre del 2008, cioè l’anno a partire dal quale si sono succedute una serie di diverse crisi, osserviamo un aumento di +709 mila occupati (+3,1%).

Si tratta di un incremento complessivo che è il frutto di una crescita degli occupati dipendenti (circa +1,5 milioni) e di una diminuzione degli indipendenti (-743 mila). Se però esaminiamo solo i due segmenti dell’occupazione dipendente osserviamo una crescita molto diversa: gli occupati a termine sono cresciuti enormemente (+30,2%) fino a raggiungere la quota di circa 3 milioni di unità, mentre quelli permanenti hanno registrato un incremento molto più contenuto (appena il +5,2%). Il contributo complessivo alla crescita degli occupati è dovuto per circa la metà all’aumento di quelli a termine e, in ragione di questo, nell’arco degli ultimi 15 anni, il tasso di precarietà dipendente è aumentato dal 13,1% al 15,7% (+2,6 punti percentuali).

Osservando il tasso di occupazione notiamo come nello stesso periodo sia aumentato dal 58,3% di ottobre 2008 al 61,8% di ottobre 2023 (+3,5 p.p.). Alla crescita del tasso non ha contribuito solo l’aumento degli occupati ma anche il contestuale e drastico calo della popolazione in età da lavoro (circa -1,7 milioni). Infatti, se la popolazione lavorativa fosse rimasta la stessa di ottobre 2008, il tasso di occupazione ad ottobre 2023 si sarebbe attestato al 59,1%, crescendo soltanto di +0,8 p.p. e rimanendo ancora sotto il 60%.

Questo mette in luce come la questione occupazionale in Italia, dal punto di vista demografico, abbia già assunto caratteristiche allarmanti. Nel periodo analizzato c’è stato un drastico peggioramento della qualità dell’occupazione, così come dimostra la crescita del tasso di part-time involontario che è il più alto dell’Eurozona (dal 41,3% del 2008 al 57,9% del 2022, +16,6 p.p.) e l’aumento complessivo dell’occupazione a termine. Dai dati dell’INPS, che ci consentono di osservare l’evoluzione delle tipologie contrattuali, emerge come nel 2022 (ultimo anno disponibile), rispetto al 2019 (prendiamo come riferimento l’anno prepandemico perché il 2008 non è disponibile), ci sia una crescita molto sostenuta dei lavoratori dipendenti precari: stagionali (+21,9%), somministrati (+19,3%) e tempi determinati (+12,3%).

A questo si deve aggiungere anche la preoccupante crescita, registrata più recentemente, dei lavoratori intermittenti e di quelli impiegati con contratti di prestazione occasionale. Il crescente peso nell’economia italiana del lavoro a termine e part-time è visibile anche dalla quantità di ore lavorate. Elaborando i dati di Contabilità Nazionale (ISTAT), emerge come nel terzo trimestre 2008 le ore medie lavorate da un occupato dipendente fossero 413 mentre nello stesso trimestre del 2023 sono 402, cioè 11 ore in meno per occupato dipendente a trimestre. Se gli occupati dipendenti di oggi lavorassero lo stesso numero di ore pro-capite del 2008 avremmo circa 219 milioni di ore lavorate in più nel relativo trimestre.

L’aumento dell’area del lavoro precario è confermato anche dalla crescita molto più intensa degli occupati dipendenti complessivi rispetto alle unità di lavoro dipendenti che esprimono un’occupazione a tempo pieno. È, quindi, proprio il lavoro non-standard – caratterizzato, fra i vari elementi, da una forte discontinuità contrattuale e da una bassa intensità di lavoro – che incide pesantemente sulle retribuzioni medie di oggi e inciderà, di conseguenza, anche sulle pensioni di domani.

 

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