Prezzi dell’energia sotto controllo, ma con margini di volatilità legati all’evoluzione delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, che stima per il secondo trimestre 2026 un Brent medio intorno ai 66 dollari al barile, con un tetto difficilmente superiore ai 77-78 dollari in assenza di escalation militare.
Unimpresa: “Nel secondo trimestre 2026 Brent stimato a 66 dollari e gas a 32 euro, rischi legati a escalation Iran”
Per il gas europeo (TTF) la previsione è di circa 32 euro per MWh, con possibili fiammate temporanee. La previsione di base ipotizza il raggiungimento di un accordo sul contenimento nucleare tra Washington e Teheran. Non sono incorporate interruzioni significative del transito nello Stretto di Hormuz né contrazioni strutturali della produzione regionale. L’ampia capacità produttiva inutilizzata e la flessibilità del mercato globale del GNL dovrebbero compensare eventuali riduzioni temporanee delle esportazioni.
In una previsione di rischio, con fallimento dei negoziati e attacchi mirati contro obiettivi iraniani, Unimpresa stima una riduzione temporanea del 10-20% dei flussi attraverso Hormuz. In tal caso il Brent potrebbe salire a una media di 72-76 dollari nel trimestre interessato, con picchi tra 85 e 92 dollari subito dopo l’evento. Il gas europeo potrebbe attestarsi tra 37 e 42 euro per MWh, con punte fino a 48-62 euro. Solo in un’ipotesi estrema di conflitto prolungato (3-6 mesi) e tentativo di chiusura temporanea completa dello Stretto, sostenibile per un massimo di 15 giorni, il Brent potrebbe raggiungere i 118-122 dollari al barile (media trimestrale intorno a 97 dollari) e il gas europeo toccare picchi di 82 euro/MWh (media circa 52 euro).
L’attuale assetto del mercato energetico globale, caratterizzato da eccesso di offerta e maggiore diversificazione delle fonti, rappresenta un fattore di resilienza che limita il rischio di shock strutturali, pur in un contesto di volatilità destinata a restare elevata nel corso del 2026.
«Il quadro che emerge dalla nostra analisi è improntato alla prudenza, ma non all’allarmismo. I mercati energetici oggi sono più solidi e diversificati rispetto al passato e questo rappresenta un elemento di stabilità per imprese e famiglie. La variabile geopolitica resta determinante, ma l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno dimostrato negli ultimi anni una capacità di adattamento significativa. Il nostro Paese ha rafforzato la propria sicurezza energetica attraverso la diversificazione delle forniture e l’ampliamento delle infrastrutture per il GNL, mostrando una resilienza superiore rispetto alle attese. Inoltre, il decreto energia varato dal governo contribuisce a prevenire tensioni sui prezzi interni e, indirettamente, a rafforzare la credibilità del sistema italiano anche a livello internazionale. Strumenti di calmierazione, sostegno alle imprese energivore e maggiore trasparenza nei meccanismi di formazione dei prezzi aiutano a contenere gli effetti della volatilità globale. La priorità resta quella di proteggere la competitività del tessuto produttivo e il potere d’acquisto delle famiglie, evitando che crisi geopolitiche si traducano automaticamente in nuovi shock economici» osserva il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a rappresentare una variabile di rilievo per i mercati energetici internazionali. Tuttavia, in una previsione di base – che presuppone il raggiungimento di un’intesa sul contenimento nucleare – non si configurano, allo stato attuale, condizioni tali da determinare uno shock strutturale su petrolio e gas. L’ipotesi centrale è che il dispiegamento di forza militare resti uno strumento di pressione negoziale, funzionale a spingere Teheran verso un accordo politicamente spendibile dall’amministrazione americana. In questo quadro non incorporiamo interruzioni rilevanti del transito nello Stretto di Hormuz, né ipotizziamo contrazioni significative della produzione regionale. Eventuali variazioni sarebbero di entità contenuta e non tali da alterare gli equilibri globali tra domanda e offerta.
Alla luce di queste assunzioni, stimiamo per il secondo trimestre 2026 un Brent medio intorno ai 66 dollari al barile, con un tetto difficilmente superiore ai 77-78 dollari in assenza di escalation.
Sul fronte del gas, la combinazione tra ampia capacità produttiva inutilizzata e crescente flessibilità del mercato del GNL dovrebbe attenuare eventuali tensioni. Per il TTF europeo stimiamo una media di circa 32 euro per MWh nel trimestre, con possibili fiammate di breve durata legate alla volatilità finanziaria più che a carenze fisiche di offerta. Resta comunque un’incognita politica. Un accordo sul nucleare, per evitare il conflitto, dovrà essere ampio, verificabile e sufficientemente solido da poter essere presentato come un risultato strategico. Non si può escludere che, in presenza di dinamiche interne o di errori di calcolo, la scelta di un’azione militare venga ritenuta più conveniente di un compromesso. Il rischio, in altri termini, non è tanto di natura energetica quanto geopolitica.
In una previsione avversa, con fallimento dei negoziati e attacchi mirati contro infrastrutture nucleari e militari iraniane, stimiamo una riduzione temporanea del 10-20% dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Più che un blocco strutturale, si tratterebbe di rallentamenti precauzionali e interruzioni intermittenti.
In un mercato petrolifero attualmente caratterizzato da eccesso di offerta, il Brent potrebbe attestarsi su una media compresa tra 72 e 76 dollari nel trimestre interessato, con picchi iniziali tra 85 e 92 dollari a seconda dell’intensità dello shock. Il gas europeo, in tale contesto, potrebbe registrare una media tra 37 e 42 euro per MWh, con punte comprese tra 48 e 62 euro, in funzione della durata e della percezione del conflitto. Si tratterebbe di un incremento significativo, ma non paragonabile alle tensioni registrate nel biennio successivo allo scoppio della guerra in Ucraina, quando il sistema europeo era strutturalmente più esposto.
Solo in una previsione estrema – conflitto prolungato di 3-6 mesi, coinvolgimento regionale allargato e tentativo iraniano di chiusura temporanea completa dello Stretto di Hormuz – il quadro cambierebbe in modo marcato. Anche in questo caso la sostenibilità tecnica di una chiusura totale sarebbe limitata, stimabile in non oltre 15 giorni, con infrastrutture alternative operative a pieno regime.
Tuttavia, l’effetto psicologico sui mercati potrebbe essere rilevante: il Brent potrebbe raggiungere i 118-122 dollari al barile, con una media trimestrale attorno ai 97 dollari, mentre il gas europeo potrebbe toccare gli 82 euro per MWh nei picchi, con una media vicina ai 52 euro nel periodo. Per l’economia italiana ed europea, il quadro che emerge è di cauta resilienza. L’attuale configurazione del mercato energetico – più diversificato e meno dipendente da singoli corridoi – riduce la probabilità di shock duraturi. Tuttavia, la volatilità resta una componente strutturale della previsione 2026. La stabilità dei prezzi energetici dipenderà, in misura decisiva, dalla capacità delle diplomazie di trasformare la pressione militare in un accordo credibile e duraturo.